giovedì, 27 novembre 2008,27/11/2008 11:05

Non avevo capito niente - Diego de Silva

Questo libro è stato per parecchi giorni sul comodino di mia mamma; alla fine l'ho scippato e l'ho letto io. In una settimana è scivolato via come l'olio, bello, semplice, diretto. Diego de Silva racconta le vicende di un avvocato, Vincenzo Malinconico, che non sa bene che cosa deve fare della sua vita. Lasciato dalla moglie per un architetto che sembra un fico - ma in realtà non lo è per niente - assolutamente insoddisfatto della sua carriera legale - con un figlio che non conosce e una figlia, non sua, che però sembra leggergli dentro, si ritrova a parlare con i mobili del suo studio e della sua casa - rigorosamente Ikea. Li chiama per nome, come noi faremmo con un cane. E alla fine è proprio l'amore, improvviso, incredibilmente insperato, per una donna a cambiare non tanto la sua vita, quanto la sua prospettiva. E allora capiamo che tutti noi siamo un pò Malinconico, e che all'improvviso, basta un bagliore, possiamo diventare (e vorremmo diventare) come Vincenzo. Un uomo che, non sa bene nemmeno lui come, riesce a prendere in mano la sua vita e a trasformarla. Nel piccolo, certo. Perchè i mobili Ikea rimangono. Le sue paure rimangono. Ma alla fine questo personaggio "eternamente scazzato" diventa una specie di eroe dei giorni nostri.

Un libro che consiglio. Davvero.

martedì, 18 novembre 2008,18/11/2008 16:07

Sarà che si avvicina Dicembre, il mese che io più amo sopra qualsiasi cosa. Sarà che ci sono tante cose che ritornano, come un libro regalatomi al Liceo, di cui chi me l'ha regalato non si ricorda più. Sarà che è arrivato il freddo freddo anche a Roma, ma con un cielo azzurro che rende meravigliosa qualunque cosa. Sarà che ho bevuto il caffè con la Mannoia, oggi a pranzo. Sarà che mi sento felice.

Sarà che sono piena di cose da fare: l'uscita sabato e domenica, il parrucchiere sabato, il compleanno di Lovi venerdi, la registrazione venerdi, l'appuntamento per V.R. che ancora devo registrare. Insomma: la mia vita ultimamente mi piace proprio, e per una come me che ha sempre un fondo di tristezza nello sguardo non è male. Sto cambiando, si. Ma perchè è la mia vita a cambiare. E va bene così.

giovedì, 13 novembre 2008,13/11/2008 14:53

Ora... Non so se sia per il fatto che sto galoppando verso i 28 anni, se sia perchè è un periodo per certi versi "nostalgico", ma ecco che mi trovo a scrivere il secondo post che ha a che vedere con le memorie culinarie del passato.

Ieri sera, infatti, dopo ANNI, ho mangiato di nuovo i bastoncini Findus. E voi direte: e che hanno di così speciale? Bhè... a casa mia i bastoncini Findus non si sono mai chiamati così. Si sono sempre chiamati "pitti", non so dire nemmeno io per quale ragione. E quando mamma preparava i pitti per noi tre pargoli era una festa. Mi ricordo i pranzi, seduti in quella terribile cucina gialla e marrone che faceva però tanto casa, su quel tavolo che poco ci mancava che crollasse ad ogni pasto (ma che è gloriosamente rimasto intatto fino al penultimo trasloco fatto).

Mi ricordo quella padella dove venivano preparati, spesso e volentieri insieme alle patatine fritte. Mi ricordo che almeno quelli si potevano mangiare con le mani. E così mi sono tornati alla memoria i pasti di quando eravamo piccoli, di quando si pranzava e si cenava in cinque dietro ad un tavolo. Quando io, Marco e Michele tornavamo da scuola: io con il mio zainetto rosa, Michele con il suo immancabile giubbottone verde, Marco sempre con un ombrello, per farlo risuonare sulla ringhiera che arrivava fin sotto il portone di casa. Io andavo alle elementari allora, quindi tornavo prima e lo sentivo sempre.

Mamma ci chiamava "a tavolaaaa" con quella A lievemente strascicata ma sempre piena d'amore. Che poi uno l'amore dei propri genitori lo vede anche da queste cose. Piccole, come un bastoncino Findus, ma eterne, come il loro ricordo.

martedì, 11 novembre 2008,11/11/2008 16:22

Mi sono laureata ormai quattro anni fa, e non posso dire di essere stata una assidua frequentatrice dell'università. Il primo giorno che ho messo piede dentro alla mia facoltà, ho giurato a me stessa che ci avrei messo il minor tempo possibile ad uscire fuori di lì, e sono stata di parola, devo dire. Mi sono laureata in lettere, indirizzo storico religioso, alla prima sessione utile del quarto anno accademico, nonostante avessi finito gli esami quasi un anno prima. Ho frequentato pochi corsi di laurea, giusto quelli che, un pò per interesse, un pò per dovere, non potevo proprio saltare. Un esempio? Geografia, che di solito era alle due e mezza, gisuto dopo pranzo, per dare al tutto una vaga sensazione di abbiocco. Ho dovuto frequentarlo per forza, poichè altrimenti starei ancora sostenendo la parte relativa alla cartografia: in quel caso ho portato la pianta di Santa Maria Capua Vetere. Che ricordi... Letteratura Latina e Storia Medievale, i miei due esami incubo. Un sudatissimo 25 nel primo, al cui appello d'esame ci siamo presentati in 6 e solo 4 sono stati interrogati il primo giorno. Penso sia il voto più sudato e sognato di tutta la mia carriera universitaria. Ancora mi ricordo, dopo avere sostenuto l'esame e prima di conoscere il voto d'esame, un tipo fuori dalla porta mi fa "bhè... non so se ti promuoveranno... Insomma, quella domanda non è che l'hai proprio esaurita... Se fossi in loro non ti promuoverei". Era giugno, ma io avevo freddo. Quando il prof. Gamberale ha pronunciato quel 25 e mi ha chiesto se accettavo, non solo ho firmato il verbalino di corsa, ma ho guardato il tipo fuori dalla porta e gli ho detto: "bhè... Gamberale non la pensa come te. In bocca al lupo per domani".

Storia medievale è stato il vero incubo degli incubi: il corso l'ho seguito due volte, ma ci ho messo un anno e mezzo a dare l'esame, perchè ero letteralmente terrorizzata. Ho sempre odiato la storia, in particolare quella medievale... Dico solo che all'esame mi ci ha iscritta il professore (eh va bene... Ho preso 28). Ma il corso migliore che in vita mia ho seguito è quello poi in cui mi sono laureata: "Storia del Cristianesimo". Lo seguivamo in meno di dieci persone, e siccome il professore era un sacerdote, il corso era alle 8 e mezza del mattino. Un trauma. Ma mi sono divertita. Ed ecco che oggi, andando al supermercato per pranzo, mi è tornato alla mente un particolare al quale non avevo mai più pensato da anni.

Il momento più particolare di quell'anno, oltre al bellissimo corso, era la pausa caffè. Il caffè della macchinetta di Lettere alla Sapienza non è proprio il massimo, ma è una bomba per tenerti sveglio. La mia colazione (che ancora non facevo al bar perchè c'era troppa gente) era fatta da questo fantastico caffè e dalla bustina del distributore dei Krumiri Bistefani (i miei biscotti preferiti). Freddi, tre di numero, a volte semplici, a volte con le gocce di cioccolato. Era la nota dolce per affrontare la giornata. Era il momento dello scambio di chiacchiere e dell'sms al mio fidanzato di allora. Era il momento in cui anche l'università mi pareva un posto migliore. Era il momento in cui, io scricciolo di 151 cm e viso da quattordicenne, mi sentivo grande. Che prendere il caffè alla macchinetta mi faceva sempre pensare di essere grande.

Oggi, dopo tanto tempo, ho mangiato un krumiro bistefani con le gocce di cioccolato. Ed è stato bellissimo sentirmi di nuovo piccola.

sabato, 08 novembre 2008,08/11/2008 19:34

Ho appena finito di leggere questo libro. Se il compito di un'opera letteraria è quello di far perdere un pò se stessi, per catapultarci in un altro mondo, allora questo libro può essere considerato un'opera letteraria.

Ho pianto, mi sono spaventata, ho sorriso, ho sperato, non ho capito. Insomma: mi sono immersa in un mare di emozioni e di ricordi che mi paiono una benedizione. E' un libro meraviglioso, avvincente, strano, pieno di coraggio e di malinconia. Un libro assoluto, che non può lasciare indifferenti. Un libro che se ti appassiona, è certo che non lo molli più. Ho letto l'ultima frase e mi sono detta... "Non è possibile..." In realtà... E' come se non ci fosse una parola fine...

sabato, 08 novembre 2008,08/11/2008 14:23

Dormi angelo vero
tra la porta e il cielo
Mille favole mille sogni d'oro
Mille aquile mille cuori in volo

Dormi angelo vero
fra la nebbia e il muro
linea rossa linea della vita
mai più lacrime, sangue fra le dita.

Linea rossa, linea della vita
Mai più lacrime, sangue fra le dita.

Credo sia una ninna nanna meravigliosa... Di una dolcezza di cui in questi giorni c'è un bisogno irrefrenabile.

domenica, 02 novembre 2008,02/11/2008 22:26

La morte è un concetto strano, che però appartiene a tutti noi. Ci rende tutti uguali, soggiogati al suo destino. La sola cosa che cambia è la forma, sempre diversa per ciascuno, ma di fatto, nella sua sostanza, ci rende per una volta tutti uniformi. Non importa più la religione, le idee, il colore della pelle o l'estrazione sociale: davanti a lei siamo tutti uomini o donne. Un momento prima esisti, l'attimo dopo hai passato il confine. Non è dato sapere cosa ci sia dopo. La mia certezza è che ci sia una vita piena, ma ora ho quella che vivo ogni giorno, a quella mi aggrappo e quella voglio rendere speciale in ogni suo istante.

Voglio farlo perchè realmente la vita è troppo, troppo breve e imprevedibile per fare programmi o per dare certezze. Mi basta guardare negli occhi un'amica, che erano anni che non vedevo più. Mi basta averla abbracciata oggi fra le sue lacrime, per una morte bizzarra che a 28 anni le ha strappato quel marito sposato poco meno di un anno fa. E penso che io e lei abbiamo vissuto gli anni delle comunioni e della cresima insieme. Abbiamo condiviso delle esperienze incredibili. Penso che la sapevo felice e invece la sua vita non sarà più la stessa. Perchè una morte improvvisa e inaspettata le ha strappato l'amore della sua vita, quello sposato a 28 anni forse non ancora compiuti. E questo è un fatto che non si cancella e che ti lascia riflettere. Mi fa pensare a tutte le occasioni perdute, alle volte che non ho detto a qualcuno che gli volevo bene, per paura del giudizio altrui o per chissà quale paranoia. Penso a tutte le cose che non ho fatto, alle persone che non ho abbracciato. Penso che me ne dovrei fregare un pò se qualcuno può pensare male di fronte a certi miei comportamenti, perchè solo io so per quale ragione agisco in un modo piuttosto che in un altro. Penso che non mi sentirei più me stessa se non potessi dire a qualcuno che l'ho amato, o che gli ho voluto bene, o che per me è stato importante, se un giorno una morte assurda mi portasse via questo qualcuno.

E allora forse è questo il segno che aspettavo, che ho chiesto, per sapere esattamente che cosa fare. Allora forse non devo stare a girare troppo intorno alle cose o alle persone, ma andare dritta per la mia strada, perchè domani potrebbe essere troppo tardi e io potrei pentirmi amaramente di quello che ho fatto. O di quello che non ho fatto. O non ho detto, quando ne avrei avuto la possibilità.

Poi penso alla vita. Alla piccola Aurora che 9 giorni fa è venuta al mondo in una famiglia meravigliosa, penso che ha tutto il mondo davanti a se e tutta la vita per imparare un sacco di cose. Per essere felice e triste, per capire che cosa sia l'amore e cosa sia il dolore. E penso che alla fine la vita è davvero tutta qui, in un battito di ciglia che non sai quanto può durare. Pensi a fare progetti, programmi e alla fine ti ritrovi che una banalità li ha scombinati tutti quanti. Senza che tu possa farci niente. Questo pensiero, questa cosa che mi ha sfiorata così da vicino in questi giorni mi atterisce, mi spaventa. E se domani mi svegliassi e chi amo non ci fosse più perchè è stato portato via? E io non sono riuscita a dirgli quanto bene gli ho voluto?